La riflessione domenicale

Pubblicato giorno 13 febbraio 2021 - In home page, In primo piano, Riflessione domenicale

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6^ domenica del Tempo Odinario – B -

Letture: Lv 13,1-2.45-46 / Sal 31 / 1Cor 10,31-11,1 / Mc 1,40-45

Il muro e la porta.

6to   Gesù rimaneva fuori, in luoghi deserti e la folla lo cercava. I miracoli attirano gente. La notizia di guarigioni non poteva restare nascosta. Avviene anche oggi che fatti straordinari, rivelazioni o persone eccezionali attirino verso la religione: quello che conta, per chi cerca prodigi e miracoli, è che queste cose portino a un rinnovamento della fede. Ciò che conta, anche per questa pagina del Vangelo di Marco, è aderire all’annuncio fondamentale che è raccolto nelle parole: Il Regno i Dio è vicino, convertitevi e credete

   Prima sottolineatura, in questo racconto di miracolo, è la fede. Quando l’uomo prende coscienza della sua situazione (dalla quale non può uscire) e si affida (di conseguenza) alla potenza di Gesù, c’è la fede: Lo supplicava in ginocchio e diceva: Se vuoi, puoi guarirmi!

   Il miracolo diventa un insegnamento, una lezione: che cioè la salvezza non è opera dell’uomo, ma regalo di Dio. E insegna inoltre che il miracolo non è mai fine a sé stesso e neanche a beneficio solo del miracolato, ma è un “segno” per tutti. In più è anche una “testimonianza” perché sia offerta la possibilità di riconoscere il Signore Gesù: Presentati ai sacerdoti e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro.

   C’è una seconda sottolineatura: per capire che cosa significa la guarigione di un lebbroso, occorre aver presente la 1^ lettura: Egli è impuro. Viva segregato e la sua dimora sia fuori dal campo finché avrà nel corpo la piaga. Il lebbroso era un impuro, colpito da Dio e causa d’impurità. Il fatto importante è che Gesù tocca un intoccabile. Vuol dire che il Regno di Dio non tien conto delle barriere del puro e impuro: le supera!

   Non esistono uomini da accogliere e uomini da evitare. Il lebbroso è la figura più drammatica di emarginazione, che vive ai confini tra il luogo della morte e qualche scampolo di vita. C’è un confine oltre al quale uno è condannato… e magari si autocondanna, si autoemargina. Chi lo tirerà fuori?

   Gesù è l’uomo dei dolori che ben conosce il patire (Isaia). È in grado di comprendere le nostre infermità (Eb) e noi ci avviciniamo con fiducia a una persona così: infatti Gesù ha compassione del lebbroso. La guarigione inizia qui, ancor prima di veder risanata la pelle. Il lebbroso si vede restituire la dignità di persona già per il gesto di Gesù, che tocca l’intoccabile e si mette in relazione con lui. Il muro che lo separa da tutti, anche da Dio, si trasforma in porta che si apre all’amore di Dio per lui.

   Perché questo accada, occorre dare un nome al bisogno che sentiamo dentro, al problema o al dramma che mi abita, e non aver paura di fare il passo verso il Signore. Se accetto di “venire a Gesù”, scopro che nulla è definitivamente perduto. In tutta umiltà, davanti a lui, devo dare un nome alla mia lebbra: si chiamerà egoismo, paura e sfiducia, scontentezza, peccato? Poco importa! Se vuoi puoi guarirmi!

   La porta della vita è fidarsi di Dio e Dio non vuole certo il male. La segregazione del lebbroso non era volontà di Dio, ma frutto della paura degli uomini. Il peccato può insozzare la somiglianza con Dio, ma non scalfire l’immagine vera di Dio messa da lui nell’uomo. Lebbroso sì, ma figlio; peccatore sì, ma figlio. Così il lebbroso guarito diventa missionario: non può fare a meno di gridare ciò che gli è accaduto.

   Gesù, ti supplico risanami, purificami! Tu sei mio rifugio. Tu mi liberi dall’angoscia.

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