La riflessione domenicale

Pubblicato giorno 16 ottobre 2026 - In home page, In primo piano, Riflessione domenicale

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -A-

Letture:

Is 45,1.4-6 /Sal 95 /1Ts 1,1-5 /Mt 22,15-21

L’urgenza della giustizia.

La domanda rivolta a Gesù è fatta con malizia: vogliono coglierlo in fallo.

Lo mettono alla prova con questa domanda: È lecito o no pagare le tasse a Cesare?, cioè alla potenza imperiale che teneva sottomessi i popoli?

Gesù non si sottrae al rischio e risponde con la chiarezza che è l’esatto contrario della malizia. Risponde senza ambiguità: Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.

Gesù esce bene dalla prova e la supera in modo vincente, perché ha già conosciuto le prove nel deserto… quando ha superato la tentazione del potere e della potenza, quando ha rifiutato di sedurre le folle con miracoli e azioni spettacolari… quando ha respinto compromessi con Satana per avere il possesso dei regni di questo mondo.

Non si è prostrato davanti a Satana. Vincendo il tentatore nel deserto, Gesù rende già a Cesare quello che spetta a Cesare e a Dio ciò che è di Dio.

Nella prova suprema della condanna alla Croce, anche lì rende al rappresentante di Cesare il suo tributo, la sottomissione alla sentenza iniqua, ma pensando che l’essenziale era altrove: nell’obbedienza del Figlio alla sua missione, nella coerenza con la missione affidata al Figlio dal Padre.

L’elemento centrale della predicazione di Gesù è il regno di Dio, l’annuncio più insistente fin dall’inizio e lungo tutto il racconto: la presenza del regno di Dio all’interno della storia umana.

La venuta del regno di Dio non è contro il regno di Cesare: non lo vuol sostituire.

Il regno di Dio non si presenta come l’unico vero regno. No! Il regno di Dio è in mezzo al regno di Cesare. Lo relativizza, perché c’è un’altra realtà essenziale che è già presente fin da ora. Questo regno di Dio non è una presenza vaga. Accogliere questo regno comporta riconoscere i segni della sua presenza.

E cioè affermare qui e ora l’urgenza della giustizia. Comporta operare per la pace e il diritto. Spinge a difendere il povero, l’oppresso, l’aggredito.

Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Tale è la chiarezza di queste parole, che noi cristiani abbiamo fatto fatica, e ancor oggi facciamo fatica, a portarne il peso e le conseguenze.

Il Vangelo distingue tra Cesare e Dio, ma ci consegna il dovere di rendere all’uno e all’altro ciò che gli spetta.

Per noi cristiani significa vivere nel regno di Cesare senza farsi possedere dalle sue logiche, disarmando le ideologie, sottoponendole al vaglio del Vangelo. La moneta da rendere a Cesare è segno di ciò che si può pagare senza vendere l’anima, senza vendersi.

Si dà a Cesare il tributo della moneta che porta la sua immagine senza dimenticare che ogni persona umana è creata a immagine e somiglianza di Dio.

Ognuno porta impresso in sé il volto di Dio. L’immagine di Dio è impressa in tutti e bisogna vederla nel povero, nell’emarginato, nel profugo: bisogna difendere la dignità di ognuno contro le logiche di Cesare quando questi calpesta lo scartato.